Avventure in gocce. Capitolo 4

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Il vento tentava di strappargli il copricapo dalla testa mentre il mare mugghiava ed urlava ferocemente come se lo stesse incitando al combattimento. Sentiva il ponte della nave viscido sotto le sue scarpe ma l’odio e la rabbia lo avevano richiuso in una bolla che non gli faceva sentire altro che il desiderio di battersi e di vincere. Iniziarono una danza mortale, fatta di sguardi e di piccoli passi, uno avanti, due indietro, in tondo o di lato, attenti entrambi a scovare un varco nella guardia avversaria. Lo intravide e con un rapido movimento del braccio destro, ed una rotazione antioraria della spalle, tentò di colpire con un fendente al braccio il suo avversario che però riuscì in tempo a parare il colpo. < Maledizione. > ghignò tra i denti mentre riprese il ballo. Lentamente i combattimenti intorno a loro andarono placandosi lasciando i due gli attori principali, soggetti al fato. Il tempo sembrò fermarsi, raggelarsi anch’esso in attesa che uno dei due capitolasse. Di proposito aprì la guardia, invitando l’avversario a colpirlo per tentare una contromossa che però non andò a segno ma che rimise in modo la danza del carillon del destino. Le onde continuavano ad infrangersi sulle fiancate della nave rimbombando forte ed il rumore dei passi sulle tavole del ponte scandivano il ritmo della danza. Attacco, difesa, clangore di metallo che si schianta contro il metallo, risacca ed onde e via di nuovo. Poi il destino scelse. Il vento portava sul ponte la spuma sollevata dalla onde, catturandola contro lo scafo e fu su una pozza che mise il piede perdendo l’equilibrio. Il capitano avversario subito se ne accorse e preparò l’affondo. Il suo ginocchio sinistro si piegò mentre il busto si protese in avanti sparato dalla gamba sinistra che, facendo forza sul piede puntato a terrà, scagliò il braccio armato in avanti in un lampo di luce e metallo. Nulla potè se non ricevere il colpo che in un primo momento nemmeno fece male. Poi iniziò il bruciore ed il dolore che lentamente ma inesorabilmente lo avvolse, facendogli abbandonare la propria sciabola per afferrare quella che ora era divenuta una appendice del suo corpo. Sentì il sapore metallico del sangue riempirgli la bocca e le narici, provò a proferir parola ma non ci riuscì. Sentiva la vita scorrergli via attraverso il sangue che dal ventre gli sgorgava inzuppandogli i pantaloni e gli stivali. Le gambe cedettero e si ritrovò in ginocchio nel momento in cui anche il vento riuscì a vincere strappandogli il copricapo. Levò il volto al cielo, annusando per l’ultima volta l’odore salmastro del sale prima di stramazzare al suolo. Gli occhi gli lacrimavano ed i contorni delle cose sbiadivano lentamente fino a quando ….
Fino a quando ripresero colore e forma e si specchiò nel vetro in cui altre gocce di pioggia , lentamente, correvano la loro corsa, portando con esse la loro avventura.

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